Renzo Cotarella dice “Basta ai prezzi da acqua minerale”

Renzo Cotarella, amministratore delegato di Marchesi Antinori, lancia l’allarme sulla strategia low cost. Il ruolo della Gdo è importante ma il valore va preservato.

Bisogna guardare al valore, sento spesso proclami che sottolineano come l’Italia sia il primo produttore al mondo di vino o il principale esportatore, ma se confrontiamo i valori non c’è tanto da essere allegri. Qual è il prezzo medio all’export di un vino francese rispetto al nostro? Quale quello di una bottiglia di Prosecco in confronto a una di Champagne? E parlo di Prosecco che resta un grande caso di successo del Made in Italy” – Renzo Cotarella, amministratore delegato di Marchesi Antinori, parla al telefono mentre rientra dal Sud America, dove si trovano alcune tenute della dinastia fiorentina. È lui il padre di etichette che hanno portato il vino italiano nell’Olimpo mondiale, come il Tignanello.

Il warning
In autunno, in piena vendemmia ha detto basta: “Basta ai vini che costano come una bottiglia di acqua minerale”. Il suo allarme è suonato quando alcune catene della grande distribuzione organizzata hanno chiesto una limatura dei listini in presenza di una vendemmia prevista in crescita di circa il 20%. Non c’è solo il vino in brik o in damigiana, sugli scaffali di certi ipermercati si trovano addirittura bottiglie al di sotto dei 2 euro.

Non dico che siamo al livello dei produttori di latte sardi — dice Cotarella — ma la situazione sta diventando un’emergenza anche di gestione del territorio: i vini da tavola, oggi, costano 35-40 euro a ettolitro vuol dire che l’uva al chilo costa pochi centesimi, per non perdere a questi livelli devi abbassare i costi. Aumentando, raddoppiando la resa a 500 ettolitri per ettaro e ampliando le vigne nei terreni di pianura, i meno vocati”.
La Gdo è indubbiamente una realtà importante per il settore. Le principali catene, da Esselunga a Conad a Coop, costituiscono un canale rilevante per le vendite. “Ma ora le catene più importanti devono mostrare la sensibilità di capire che il vino ha anche una segmentazione che deve essere rispettata, come avviene in altri comparti produttivi, si contano oltre 300 etichette, quello dei vini è il comparto più competitivo. Il consumatore dal canto suo ha già mostrato di essere disposto a pagare di più ma per un maggior valore percepito del prodotto. Per una maggiore qualità percepita. E questa non si coglie certo tagliando i prezzi”.
Investimenti, percorsi generazionali, clima: dietro ogni azienda c’è una storia e La Marchesi Antinori, con un fatturato di 220 milioni di euro e oltre 20 milioni di bottiglie l’anno, è l’esempio da manuale: 2,5 milioni a Tormaresca in Puglia, 700mila bottiglie a Castello della Sala, un milione a Tignanello, 2 a Guado al Tasso, un milione a Prunotto e altre tenute all’estero. Ciascuna fa storia a sé. E bisogna differenziare le etichette e le realtà. Ne sa qualcosa il Chianti. Tutto il mondo ha chiaro in mente la realtà delle dolci colline e dei paesaggi del Chiantishire, dove frotte di inglesi, americani, tedeschi e nord europei si sono riversati per anni, a degustare, mangiare bene e rilassarsi. Ma il brand Chianti è diventato talmente ampio da non contenere più nulla, non più una identità specifica, ma un simbolo tout court, che dice tanto ma stupisce più. Un vino “mass market”. Produttori e consorzi stanno facendo molti sforzi per ridare lustro a questo brand. Ma ancora si trovano bottiglie a meno di 3 euro. Uno scotto che pagano anche i vini del nuovo mondo: “Cile, Australia, nessuno vuole comprare un vino di questi Paesi se non costa poco, fanno fatica a uscire dalla percezione di vini a basso costo”, racconta Cotarella.

fonte Repubblica.it

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